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MONDO PAESE

Viaggio tra l’Iran e il Pakistan.

Nel percorrere le vie polverose del confine Iraniano-Pakistano ho ricordato Vicenza.
Là i passanti mi conoscevano per nome, e probabilmente anche il nome di mia madre, compravo il latte ogni giorno dallo stesso venditore, e il Mastro Pizza sapeva a memoria quale pizza preferivo.
In questa frontiera mi dicono che devo essere accompagnata da un soldato alla porta del bagno. E rimarremo assieme giorno e notte fino all’uscita dal territorio Balucho.

Dal momento in cui ho messo piede in Pakistan è cresciuto in me un forte desiderio di testimoniare un po’ di vita da questi paesi, troppo spesso divorati da pregiudizi e cattive reputazioni.
Spero che a forza di ascoltare notizie quotidiane, storpiate e orchestrate dalle istituzioni e dai media, non ci dimentichiamo delle parti umane del mondo.

Mai nessun altro posto ha sfidato e capovolto le mie concezioni di spazio-tempo tanto quanto all’arrivo con il confine Iraniano-Pakistano, quel giorno ventoso di sabbia.

Passata la frontiera mi sono imbattuta in un mondo incredibile di cui prima non immaginavo l’esistenza.
Per la prima volta, dopo un paio di anni in paesi musulmani, ho incontrato un Islam asiatico, colorato, nuovo.

“Dove stai andando?” Mi ha chiesto incuriosita una donna con i guanti neri.
“Pakistan” , ho risposto posando la borsa a terra.
“E come pensi di fare? Devi attraversare la terra del Baluchistan per arrivarci!”
‘Bene, questa donna sembra saperne di più di me,’ ho pensato.
“Da che parte devo andare?”
“Oh ragazza mia! Ma da dove sbuchi?” Mi ha guardata per un momento dalla testa ai piedi e ridendo con affetto ha aggiunto,
“Hai bisogno di una scorta armata per passare il confine.”

Questa donna era un’autista di “woman taxi”, e non ha voluto saperne di essere pagata per il passaggio fino a Zahedan. In centro città ho trovato tre gagliardi soldati felici di accompagnarmi nella loro auto, una vecchia Paykan rossa, fino al primo checkpoint.
Durante gli spostamenti in Baluchistan il governo assegna allo straniero una guardia personale che si da il cambio ogni ora, per questioni di sicurezza.

“Quando la Russia attaccò l’Afghanistan, molti talebani si rifugiarono qui in Baluchistan. É molto diverso dal resto del Pakistan.” Mi spiegò il soldato al volante sorridendomi dallo specchio retrovisore.
“Ci furono rapimenti di stranieri in passato, per questo ti hanno appioppato noi tre. Ma tu non ti preoccupare. Se fossi una persona abbastanza importante da essere rapita non penso viaggeresti con questa borsetta!” Ridemmo alla vecchia tracolla forse più del necessario. Senso d’umorismo di frontiera.

Impiegai quattro giorni per arrivare a Quetta, la capitale della regione Balucha, situata nella valle al confine con l’Afghanistan.

camion dipinti in Pakistan


“A che ora partiamo?” ho chiesto alla mia “guardia del corpo”,
“Al tramonto, dopo tre o quattro tazze di chai (the speziato al latte)”.
Il primo soldato a farmi da scorta era un uomo delicato e amabile sulla quarantina, parlava poco e si prendeva cura di me come una figlia, rispettando i miei spazi come musulmani.
Sedevamo accanto al suo vecchio kalajnikov, in una stanza con un gruppo di uomini dagli occhi sorridenti, la barba arancione e i capelli coperti.

Il vento soffiava imponente, tiepido ma gentile. Portava la sabbia con sé lungo le vie costringendo il più degli uomini a ripararsi il viso con la kefiah. La strada del centro era affollata di movimenti, odori, suoni e colori a me sconosciuti.
Le donne non si vedevano, forse in casa a cucinare.

Mi hanno messo a sedere nel posto davanti, lontana da altri uomini. Nei mezzi di trasporto in Pakistan di solito c’è una sezione donne separata da un muro di metallo, per la loro salvaguardia e privacy.
“Nei viaggi lunghi una donna non viaggia mai senza un membro di famiglia maschile, per questo non c’è l’area donne qui.” Mi spiegava il soldato senza staccare gli occhi dalla strada.
“É la prima volta che vedo una ragazza sola passare questo confine. Lo racconterò a mia moglie.” A questo commento abbiamo sorriso, un sorriso familiare e un po’ complice.
E via! Il viaggio in bus più stimolante e incredibile della mia vita.

nel bus in pakistan

i simpatici compagni di bus

Sono stati quattro giorni a tratti un po’ penosi, senza vedere una donna o parlare inglese, ma comunque colorati dalla presenza di uomini gentili e ospitali. Lungo una terra arida e rocciosa semidisabitata in un bus che correva nel buio come un pazzo e un soldato accanto con il fucile sempre impugnato per difendere – me.

La musica Sufi Pakistana ogni ora si alzava di volume, più aumentava più realizzavo quanto ero distante da tutto ciò che mi era familiare.
“Da piccola sognavo di girare il mondo,” ho mormorato al soldato in Farsi (Persiano).
Il più delle volte non capiva il mio Farsi sgualcito e voce flebile, ma faceva finta di capire.

Nel vedere la strada ho sorriso la contentezza più profonda e passionale della mia vita. Nel realizzare che era un sogno reale e vivo, che questi ultimi cinque anni di vita nomade mi hanno portata a sognare ancora forte come una bambina, con la differenza che ora Sogno da sveglia.

Che io sia a Vicenza, a Lahore o a Kathmandu il mondo e’ lo stesso.
In tutte le diversità che ho incontrato viaggiando via terra in questi ultimi anni, come specchio, non ho potuto fare altro che riflettermi ed imparare.
Sono riconoscente delle nostre differenze, queste creano la base di cui abbiamo bisogno per riconoscere la nostra essenza comune collettiva.

E’ nel confine Balucho che ho ricordato e capito quel vecchio modo di dire Italiano – tutto il mondo e’ paese.
Qui dove le persone non mi hanno mai risparmiato un’attenzione familiare come un sorriso.

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Filed under Asia, Middle East, Pakistan, Silk Road